22/7/2008 (8:5)
- COLLOQUIO
Telecom, le due verità di Tavaroli
 |
| L'ex manager Telecom Giuliano Tavaroli |
"Nei verbali dico che i vertici
non sapevano. Nelle interviste
cambio? Ai pm si può mentire"
PAOLO COLONNELLO
MILANO
Qual è la verità di Giuliano Tavaroli? Quella raccontata in Procura, dove i vertici di Telecom sembravano non avere mai la consapevolezza di quanto il loro capo della sicurezza combinava con amici investigatori e dei servizi? O quella ripetuta ai giornali in varie interviste dove invece l’ex presidente Marco Tronchetti Provera e l’ex ad Carlo Buora vengono descritti come i committenti della sua attività di spionaggio illegale?
A quale Tavaroli bisogna credere? «Ognuno scelga quello che vuole. Di certo non ho intenzione di accettare il ruolo di capro espiatorio», risponde al telefono l’ex capo della Security. «Posso dire soltanto che qualcuno sembra essersi dimenticato che nel nostro Paese la prova si forma in tribunale e non soltanto nelle carte delle indagini. Altrimenti non vale niente. Così quando andremo a processo riparleremo di tante cose. Inoltre ci si dimentica che un imputato ha anche il diritto di mentire al pm...». Insomma, come se Tavaroli ripudiasse i contenuti di certi verbali dove lui stesso spiegava ai pm «di non aver consegnato nè all’a.d. Buora nè al presidente Tronchetti i singoli dossier». Di che si lamenta allora? «Io non lavoro da quasi tre anni, la mia liquidazione è quasi finita, vado in giro a leggere cartelli per accettare lavoretti... Il mio conto direi che l’ho pagato e sono pronto ad affrontare il processo. Qualcuno pensa che abbia qualcosa da perdere? Ho solo la mia dignità e integrità da difendere. Lo devo ai miei figli».
La verità è che Tavaroli sembra quasi sorpreso di essere rimasto l’unico imputato «eccellente» di questa inchiesta. Di certo è amareggiato. «Di più: sono arrabbiato nero. Io mi sono comportato con correttezza e lealtà e non mi va di essere dipinto come un mascalzone dai pennivendoli di Tronchetti». Non è una posizione comoda la sua, visto che sia Telecom che Pirelli hanno annunciato che gli chiederanno i danni costituendosi parte civile. «Voglio ridere quando lo faranno davvero» chiosa Tavaroli. D’altronde i magistrati ritengono che le due società ricoprano un ruolo ambivalente: “vittime” delle attività illecite di Tavaroli & Co., indagate al tempo stesso per aver reso possibile proprio a Tavaroli e al suo successore, Pierguido Iezzi, di commettere quelle attività illecite «nell’interesse della società». Una contraddizione e non l’unica, in questa faccenda. Di sicuro spulciando tra i verbali ancora omissati di Tavaroli, - lo ha interrogato persino dal pm di Catanzaro Luigi De Magistris - si scopre che non tutto è così liscio come sembra e che il processo, ammesso che lo si faccia, potrebbe davvero riservare delle sorprese. Per esempio: è vero, dice Tavaroli, che «non mettevo mai al corrente il presidente delle modalità con cui io ero venuto in possesso delle mie fonti» (7 aprile 2007); ma è vero anche che (verbale del 2 aprile) «l’ad Buora prendeva parte al periodico staff meeting dove partecipavo io e le mie prime linee...Con Buora si parlava anche di cose operative, dell’organigramma e anche del budget».
E per quanto riguarda i pagamenti, che adesso vengono contestati nei capi d’imputazioni nell’ordine di una trentina di milioni di euro rubricati sotto le voci «appropriazione indebita» e «corruzione», Tavaroli, a verbale spiega che: «Mai mi venne rimarcato da alcuno il ricorso a consulenti fidati per numerosi anni, nè il ricorso a procedure semplificate di acquisto». Talvolta le due verità di Tavaroli convivono. Dice al telefono: «Beh, erano Tronchetti e Buora che chiedevano le informazioni, ci sono dei budget non certo firmati solo da me, c’erano dei manager, dei piani aziendali...Insomma, non lavoravo per dei fantasmi». Così nei verbali in procura: «Il centro di costo gestito da Valente ed avente per oggetto la sicurezza del presidente e del top management Pirelli in Telecom risale al periodo tra la fine del 2001 e inizio del 2002... Valente su quel conto emetteva il benestare di liquidazione in modo discrezionale e fino all’ammontare di 300 mila euro. Io so che esiste una procura in tal senso firmata dall’a.d. Buora. Si trattava di liquidazioni fuori dal processo amministrativo, nel senso che era possibile anche il pagamento a vista delle fatture...». Vale a dire che anche i vertici aziendali erano per lo meno consapevoli dei costi che l’allora efficiente attività del capo della sicurezza comportava. Talvolta le due verità confliggono. Come quando Tavaroli spiega ai magistrati - dopo aver precisato che mai Tronchetti o Buora avevano idea di come gestisse i suoi collaboratori - che l’ex giornalista di famiglia Cristiana Guglielmo Sasinini, aveva in mente una “rete” di protezione per i vertici aziendali. Dice a verbale: «L’annotazione “difesa attiva: in due mesi si è iniziata a costruire una rete che attualmente consiste in persone amiche di ambienti istituzionali, delle forze dell’ordine, magistratura, politica, ecclesiastici, giornalistici che sono attivabili su input specifici per verificare o ottenere informazioni”, è indicativa della mia sollecitazione a creare una rete di sicurezza che proteggesse la persona del presidente e il gruppo sulla base di una condivisione del progetto industriale di Telecom e della qualità del nuovo management». Ovvero: volevamo radunare un pezzo di società civile intorno a un ideale Telecom e il presidente nemmeno lo sapeva. Insomma: dei benefattori.
Certo nell’atto di chiusura dell’inchiesta firmato dalla procura, Tavaroli risulta essere il vero dominus dell’associazione per delinquere finalizzata all’attività di spionaggio illegale e perfino «committente degli incarichi delittuosi svolti dall’associazione», nonché «ideatore insieme a Cipriani dei meccanismi di drenaggio delle risorse economiche di Pirelli e Telecom». Ovvero, circa «20,9 milioni euro, di cui 18,957 tra il 2000 e il 2004, pagati su estero alla Worldwide Consultants Security ltd e Security Research Advisor Ltd». Circostanza condivisa però anche da Iezzi, l’uomo che prese il suo posto dopo l’allontanamento: quasi fosse un vizio quello dei capi della sicurezza Telecom di procacciarsi dossier riservati. Per la Procura comunque i soldi pagati da Telecom e Pirelli estero su estero per l’attività dell’investigatore fiorentino Cipriani erano in realtà spartiti con lo stesso Tavaroli che commissionava i dossier. I pm accusano i due anche di aver versato almeno 200mila euro all’agente dei servizi francesi Fulvio Guatteri per procurarsi «dati segreti riservatissimi su varie persone tra cui Slaeddine Jnifen, affine al presidente Tronchetti Provera». Un dossier sulle attività del fratello di Afef (costate all’abitazione parigina di Tronchetti una bonifica dalle microspie dei servizi francesi) che però Tavaroli aveva spiegato come commissionato dallo stesso presidente Telecom. Il quale, evidentemente, nel suo interrogatorio di giugno deve averlo smentito, venendo creduto dai pm.
LINK