Soprattutto sotto Natale,
si campa di dischi che ti riconsegnano ciò che
già conosci. Natale per la discografia è
già cominciato, ma ci son modi e modi di rifare:
entrato in una nuova etichetta, Roberto Vecchioni s'è
per esempio inventato un progetto multimediale che comprende
la riscrittura di favole come «Cappuccetto Rosso»
allegate in veloce e delizioso volumetto all'album «Il
contastorie», nel quale rilegge alcuni caposaldi
del suo repertorio in un trio tentato dal jazz, con
Patrizio Fariselli e Paolino Dalla Porta.
Una piccola ma sostanziosa idea, che lo porta pure ad
affrontare un nuovo tour teatrale (dal 15 novembre)
sempre in trio, e con spirito diverso rispetto al passato:
nuova luce sulla parola, che padroneggia del resto con
rara maestria. Il fatto che nel progetto sia coinvolta
l'Associazione Culturale Giorgio Gaber, ci fa pure intuire
che assisteremo presto a nuove evoluzioni: la dimensione
live di Vecchioni, insomma, potrebbe pure prendere una
strada più decisa verso il teatro-canzone, e
sarebbe giusto per lui che pare il più dotato
su quel fronte, fra i cantautori storici. «Luci
a San Siro» ha 35 anni e ancora riesce a trovare
nuova linfa e nuovo vigore in un più rarefatto
arrangiamento, così come altri pezzi struggenti
(«La bellezza», «Le lettere d'amore»),
popolarissimi («Samarcanda») o altri meno
frequentati («Celia De La Serna», «Alighieri».
«Luci a San Siro» ha comunque portato ieri
Vecchioni fin dentro lo stadio che soffre le sorti della
sua Inter: qui, Gioele Dix e Ottavia Piccolo hanno letto
alcune favole e lui ha cantato. L'evento ha avuto l'onore
di alcune copie di «Instant disc» in Italia
ancora una rarità.
Chi vorrebbe come prossimo sindaco di Milano, Vecchioni?
«Vorrei una donna. Lella Costa, la sindacalista
Susanna Camusso, Milly Moratti; certo che fra Milly
e Letizia Moratti sarebbe come un combattimento di galli
in famiglia. Dario Fo? E' un po' troppo idealista, un
guitto, un poeta: non lo mischierei mai con le cose
pratiche. Ferrante invece ha polso per tenere una città
come Milano; ha i piedi per terra e anche per i ceti
medi è una scelta appagante».
E i moti di Parigi?
«La Francia è sempre maestra. In Francia
ogni fenomeno collettivo è un film di Malle o
comunque d'autore, da noi invece è tutto avanspettacolo.
I francesi hanno nel Dna l'attenzione alla libertà
e all'uguaglianza, i nostri ragazzi stanno ancora imparando».
Il disco è ancora un oggetto importante?
«Disco, libro, quadro, per me tutti gli oggetti
di cultura sono importanti. Amo toccare, oltre che ascoltare
e vedere».
Si accontenterà di queste cinque favole?
«No, ne ho scritte 15, queste le ho ampliate.
Usciranno in aprile con Einaudi, con il titolo “Diario
di un gatto con gli stivali”. Ma qui nel disco
il libro di favole ha un senso: oggi il cd ha bisogno
di un valore aggiunto, da solo è aggredibile
e copiabile. Sono favole non tanto destinate ai bambini,
ma a chi vive realtà cittadine piene di interferenze,
dove posson venir colte le varie implicazioni che stanno,
per esempio, dietro la figura del lupo di Cappuccetto
Rosso. Mi son divertito a cambiare i finali, c'è
un gusto di vendetta anche per i cartoni animati: perché
Silvestro deve sempre prenderle?».
E questo concerto così scabro, solo
con il trio, sia in disco che in tour?
«Mi sono stancato di 7000 strumenti e chitarrine,
mi piaceva il silenzio. Mi sento bene in un mondo di
interpretazioni più libere. Questa la chiamo
non musica leggera, ma lieve, viene molto da musica
jazz».
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