Se ne discute a Firenze dal 9 luglio. Ovvero:
gli agglomerati urbani torneranno a essere al servizio degli
abitanti e non più degli affaristi? Il dibattito è aperto...
LUCIA TOZZI
NLa mancanza di visione è una delle ragioni fondamentali del
degrado urbano: città, anche originariamente bellissime, che
si sviluppano alla cieca, senza che nessuno abbia pensato quali
debbano essere gli obbiettivi o le direzioni della crescita.
Migliaia di comuni italiani si sono espansi in questo modo,
riempiendosi via via di palazzine squallide, cancelli, rotonde
insensate, quartieri dormitorio senza servizi, e poi negli ultimi
decenni dell’accoppiata villette-centri commerciali. Nel dopoguerra
questo paesaggio urbano sgraziato era soprattutto il prodotto
del boom edilizio dovuto alla ricostruzione e alla necessità
di tirare fuori milioni di italiani dalle grotte, dai bassi,
dalle catapecchie sovraffollate in cui abitavano. A differenza
di altri Paesi europei, la corsa verso il sacrosanto benessere
fu prevalentemente lasciata nelle mani della speculazione edilizia.
Però, anche se non sono mai veramente entrate a fare parte della
cultura dominante, in quegli anni hanno avuto luogo esperienze
di altissima qualità, come il grande piano Ina-Casa, che ha
messo al lavoro alcuni tra i migliori architetti dell’epoca
su quartieri ancora oggi molto amati dalle persone che ci vivono.
E, soprattutto, fu elaborato contemporaneamente all’espansione
selvaggia un pensiero forte sulla città, orientato alla redistribuzione
di beni e servizi e alla qualità urbana diffusa, che ha dato
luogo alle grandi battaglie urbanistiche e alle grandi visioni
degli anni Sessanta e Settanta: il piano di Bologna o le sistemazioni
di Urbino di Giancarlo De Carlo, pur distanti anni luce tra
loro, sono espressione di questa cultura, che considerava la
città e le sue trasformazioni come un fatto eminentemente politico,
che riguardava gli interessi della collettività. Quello che
è successo dopo, invece, appartiene a un genere di fenomeni
molto diverso. Esaurita – o quanto meno fortemente ridimensionata
– la spinta dell’emergenza abitativa, che aveva fornito un alibi
di ferro alle politiche dallo «sguardo corto», dalla fi ne degli
anni Settanta in poi è stata la nuova ratio economica ad affossare
la stessa idea di visione.
L’ideologia neoliberista, che si era globalmente e rapidamente
sostituita alle idee neokeynesiane in seguito alla grande crisi
del petrolio e dei mercati, assegnava un ruolo ben preciso alle
città, in un gioco che ha rivoluzionato completamente la logica
delle trasformazioni spaziali. L’ambiente urbano non è più il
luogo dove si concentrano la produzione e i lavoratori che la
rendono possibile, ma uno spazio la cui funzione principale
consiste nell’attrarre investimenti e fi nanziamenti. In un’ottica
del genere, il pensiero stesso di programmare un’evoluzione
di medio e lungo periodo è destituito di senso, anzi risulta
controproducente in quanto limite alla libertà dell’iniziativa
privata.
La parola vincolo diventa quasi impronunciabile, una bestemmia,
mentre i principi egualitari sono tacciati di conservatorismo.
Molto meglio, si dice, affi darsi al trickle-down, cioè all’effetto
pioggia: la proliferazione della ricchezza, anche se in apparenza
ingiustamente distribuita nelle mani di pochi, fi nirà per ricadere
giù giù in basso, fi no agli ultimi strati della cittadinanza
(un principio che Cesare Cases riassumeva ironicamente in questi
termini: «Lasciato decantare, il capitalismo produrrebbe naturalmente
il socialismo»).
David Harvey, geografo e teorico dei sistemi urbani, chiarisce
un aspetto fondamentale della questione: «A differenza di quanto
si potrebbe pensare, lo Stato non scompare del tutto, come direbbe
la teoria neoliberista. Anzi, dev’essere molto attivo nel creare
quello che potremmo defi nire un buon contesto per gli affari,
e se c’è confl itto tra questo e il benessere della popolazione,
allora la scelta è per il contesto economico migliore». E come
si crea un buon contesto per gli affari? Innanzitutto cambiando
le priorità: per offrire un ritorno a breve termine degli investimenti,
è fondamentale lasciare libero corso alle fl uttuazioni dei
valori immobiliari, e per dare fi ducia agli investitori è fondamentale
forgiare un’immagine positiva, sicura, solida della città. In
parole povere, questo signifi ca che, ad esempio, invece di
promuovere un sistema pubblico di trasporti che garantisca la
massima accessibilità di tutti i quartieri, centrali e periferici,
al più alto numero di abitanti (prospettiva lunga e costosa),
si privilegia la separazione, l’esclusione dei soggetti poveri
in nome delle politiche della sicurezza.
Meglio autorizzare interi plotoni di uffi ci e centri commerciali
che case, o se proprio devono essere case, mai più di edilizia
popolare o comunque destinate alla fascia più bassa della popolazione.
Meglio favorire il turismo che l’industria. O se si pone il
problema dei rifi uti, piuttosto che ridurre la produzione a
monte o puntare sul riciclaggio, si aprono discariche nelle
zone disagiate, se si vuole risolvere la piaga del traffi co
si costruiscono autostrade e parcheggi. Forse in nessun campo
questo passaggio è più visibile che nella cultura, che non viene
più intesa come quel processo democratico istituito per fornire
a tutti i cittadini, dalla scuola ai cinema ai musei, una forma
gratuita (o quasi) di emancipazione, ma, ancora una volta, uno
strumento per attrarre fondi – e turisti.
Una buona politica culturale ai tempi del neoliberismo equivale
all’infi nita produzione di eventi, festival, saloni, fi ere,
sagre alimentari, manifestazioni annuali, biennali, triennali,
notti bianche, mostre-pacchetto itineranti, olimpiadi, e al
culmine di tutto questo la più ambita: l’Expo. Ormai sembra
impensabile progettare una qualsiasi opera pubblica o riqualifi
care un pezzo di città senza essersi aggiudicati un certo numero
di buoni eventi, e questo implica una conseguenza molto importante:
le città, volenti o nolenti, sono costrette a competere. La
competizione può essere un meccanismo virtuoso, se è leale e
se ha per oggetto dei contenuti seri.
Ma non è questo il caso quando si lotta per la vita e la morte,
e ovviamente queste gare tra città non hanno fatto altro che
ingrassare un’intera classe di individui oltre che inutili,
dannosi: gli eroi del cosiddetto marketing urbano. In effetti,
a modo loro costoro hanno rilanciato l’idea della «visione»,
appiattendola però, come il ruolo che ricoprono richiede, su
un livello da pubblicità dei detersivi. Il repertorio da competizione
internazionale comprende sempre lo stesso numero di elementi:
più verde, più pulizia e più sicurezza, con un’oscena spruzzata
di «identità», generalmente basso vernacolo. Proprio quando
il successo di questo modello impoverito di visione cominciava
a sembrare intramontabile, tuttavia, una serie di scarti, trasgressioni,
segnalati in città di grandi e medie dimensioni, suggerisce
l’incrinatura del paradigma.
Medellín investe milioni in un intenso piano culturale (nel
senso proprio della parola) per la popolazione dei suoi barrios,
Belgrado cerca di invertire la deriva iperconsumistica da sbronza
postsocialista, Sarkozy chiede piani per la Parigi del 2100,
Helsinki si proietta al 2050. Non è una rivoluzione, e i casi
sono molto eterogenei, ma è importante intercettarli e verifi
carli uno per uno. La mostra Urban Visions, che apre a Firenze
il 9 luglio alla Stazione Leopolda, seleziona dieci città. La
speranza è che siano solo la premessa a una nuova stagione in
cui le politiche urbane tornino a occuparsi di città come un
buon contesto per la popolazione e non solo per gli affari.
LUCIA TOZZI
(NAPOLI 1974) È UNA STUDIOSA DI FENOMENI URBANI. COLLABORA A
IL MANIFESTO, ABITARE E AD ALTRE RIVISTE INTERNAZIONALI. HA
PUBBLICATO MICROREALITIES (SKIRA, 2006) E RECENTEMENTE CURATO,
CON STEFANO BOERI E STEFANO MIRTI, TORINO GEODESIGN (ABITARE
SEGESTA, 2008)