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SPECCHIO
27/06/09 - EDITORIALE
Visioni per le città del futuro
Se ne discute a Firenze dal 9 luglio. Ovvero: gli agglomerati urbani torneranno a essere al servizio degli abitanti e non più degli affaristi? Il dibattito è aperto...
 
LUCIA TOZZI
NLa mancanza di visione è una delle ragioni fondamentali del degrado urbano: città, anche originariamente bellissime, che si sviluppano alla cieca, senza che nessuno abbia pensato quali debbano essere gli obbiettivi o le direzioni della crescita. Migliaia di comuni italiani si sono espansi in questo modo, riempiendosi via via di palazzine squallide, cancelli, rotonde insensate, quartieri dormitorio senza servizi, e poi negli ultimi decenni dell’accoppiata villette-centri commerciali. Nel dopoguerra questo paesaggio urbano sgraziato era soprattutto il prodotto del boom edilizio dovuto alla ricostruzione e alla necessità di tirare fuori milioni di italiani dalle grotte, dai bassi, dalle catapecchie sovraffollate in cui abitavano. A differenza di altri Paesi europei, la corsa verso il sacrosanto benessere fu prevalentemente lasciata nelle mani della speculazione edilizia. Però, anche se non sono mai veramente entrate a fare parte della cultura dominante, in quegli anni hanno avuto luogo esperienze di altissima qualità, come il grande piano Ina-Casa, che ha messo al lavoro alcuni tra i migliori architetti dell’epoca su quartieri ancora oggi molto amati dalle persone che ci vivono.

E, soprattutto, fu elaborato contemporaneamente all’espansione selvaggia un pensiero forte sulla città, orientato alla redistribuzione di beni e servizi e alla qualità urbana diffusa, che ha dato luogo alle grandi battaglie urbanistiche e alle grandi visioni degli anni Sessanta e Settanta: il piano di Bologna o le sistemazioni di Urbino di Giancarlo De Carlo, pur distanti anni luce tra loro, sono espressione di questa cultura, che considerava la città e le sue trasformazioni come un fatto eminentemente politico, che riguardava gli interessi della collettività. Quello che è successo dopo, invece, appartiene a un genere di fenomeni molto diverso. Esaurita – o quanto meno fortemente ridimensionata – la spinta dell’emergenza abitativa, che aveva fornito un alibi di ferro alle politiche dallo «sguardo corto», dalla fi ne degli anni Settanta in poi è stata la nuova ratio economica ad affossare la stessa idea di visione.

L’ideologia neoliberista, che si era globalmente e rapidamente sostituita alle idee neokeynesiane in seguito alla grande crisi del petrolio e dei mercati, assegnava un ruolo ben preciso alle città, in un gioco che ha rivoluzionato completamente la logica delle trasformazioni spaziali. L’ambiente urbano non è più il luogo dove si concentrano la produzione e i lavoratori che la rendono possibile, ma uno spazio la cui funzione principale consiste nell’attrarre investimenti e fi nanziamenti. In un’ottica del genere, il pensiero stesso di programmare un’evoluzione di medio e lungo periodo è destituito di senso, anzi risulta controproducente in quanto limite alla libertà dell’iniziativa privata.

La parola vincolo diventa quasi impronunciabile, una bestemmia, mentre i principi egualitari sono tacciati di conservatorismo. Molto meglio, si dice, affi darsi al trickle-down, cioè all’effetto pioggia: la proliferazione della ricchezza, anche se in apparenza ingiustamente distribuita nelle mani di pochi, fi nirà per ricadere giù giù in basso, fi no agli ultimi strati della cittadinanza (un principio che Cesare Cases riassumeva ironicamente in questi termini: «Lasciato decantare, il capitalismo produrrebbe naturalmente il socialismo»).

David Harvey, geografo e teorico dei sistemi urbani, chiarisce un aspetto fondamentale della questione: «A differenza di quanto si potrebbe pensare, lo Stato non scompare del tutto, come direbbe la teoria neoliberista. Anzi, dev’essere molto attivo nel creare quello che potremmo defi nire un buon contesto per gli affari, e se c’è confl itto tra questo e il benessere della popolazione, allora la scelta è per il contesto economico migliore». E come si crea un buon contesto per gli affari? Innanzitutto cambiando le priorità: per offrire un ritorno a breve termine degli investimenti, è fondamentale lasciare libero corso alle fl uttuazioni dei valori immobiliari, e per dare fi ducia agli investitori è fondamentale forgiare un’immagine positiva, sicura, solida della città. In parole povere, questo signifi ca che, ad esempio, invece di promuovere un sistema pubblico di trasporti che garantisca la massima accessibilità di tutti i quartieri, centrali e periferici, al più alto numero di abitanti (prospettiva lunga e costosa), si privilegia la separazione, l’esclusione dei soggetti poveri in nome delle politiche della sicurezza.

Meglio autorizzare interi plotoni di uffi ci e centri commerciali che case, o se proprio devono essere case, mai più di edilizia popolare o comunque destinate alla fascia più bassa della popolazione. Meglio favorire il turismo che l’industria. O se si pone il problema dei rifi uti, piuttosto che ridurre la produzione a monte o puntare sul riciclaggio, si aprono discariche nelle zone disagiate, se si vuole risolvere la piaga del traffi co si costruiscono autostrade e parcheggi. Forse in nessun campo questo passaggio è più visibile che nella cultura, che non viene più intesa come quel processo democratico istituito per fornire a tutti i cittadini, dalla scuola ai cinema ai musei, una forma gratuita (o quasi) di emancipazione, ma, ancora una volta, uno strumento per attrarre fondi – e turisti.

Una buona politica culturale ai tempi del neoliberismo equivale all’infi nita produzione di eventi, festival, saloni, fi ere, sagre alimentari, manifestazioni annuali, biennali, triennali, notti bianche, mostre-pacchetto itineranti, olimpiadi, e al culmine di tutto questo la più ambita: l’Expo. Ormai sembra impensabile progettare una qualsiasi opera pubblica o riqualifi care un pezzo di città senza essersi aggiudicati un certo numero di buoni eventi, e questo implica una conseguenza molto importante: le città, volenti o nolenti, sono costrette a competere. La competizione può essere un meccanismo virtuoso, se è leale e se ha per oggetto dei contenuti seri.

Ma non è questo il caso quando si lotta per la vita e la morte, e ovviamente queste gare tra città non hanno fatto altro che ingrassare un’intera classe di individui oltre che inutili, dannosi: gli eroi del cosiddetto marketing urbano. In effetti, a modo loro costoro hanno rilanciato l’idea della «visione», appiattendola però, come il ruolo che ricoprono richiede, su un livello da pubblicità dei detersivi. Il repertorio da competizione internazionale comprende sempre lo stesso numero di elementi: più verde, più pulizia e più sicurezza, con un’oscena spruzzata di «identità», generalmente basso vernacolo. Proprio quando il successo di questo modello impoverito di visione cominciava a sembrare intramontabile, tuttavia, una serie di scarti, trasgressioni, segnalati in città di grandi e medie dimensioni, suggerisce l’incrinatura del paradigma.

Medellín investe milioni in un intenso piano culturale (nel senso proprio della parola) per la popolazione dei suoi barrios, Belgrado cerca di invertire la deriva iperconsumistica da sbronza postsocialista, Sarkozy chiede piani per la Parigi del 2100, Helsinki si proietta al 2050. Non è una rivoluzione, e i casi sono molto eterogenei, ma è importante intercettarli e verifi carli uno per uno. La mostra Urban Visions, che apre a Firenze il 9 luglio alla Stazione Leopolda, seleziona dieci città. La speranza è che siano solo la premessa a una nuova stagione in cui le politiche urbane tornino a occuparsi di città come un buon contesto per la popolazione e non solo per gli affari.


LUCIA TOZZI
(NAPOLI 1974) È UNA STUDIOSA DI FENOMENI URBANI. COLLABORA A IL MANIFESTO, ABITARE E AD ALTRE RIVISTE INTERNAZIONALI. HA PUBBLICATO MICROREALITIES (SKIRA, 2006) E RECENTEMENTE CURATO, CON STEFANO BOERI E STEFANO MIRTI, TORINO GEODESIGN (ABITARE SEGESTA, 2008)

 
 
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