11/5/2007 (8:22)
Dio salvi i libri (quelli di carta)
Contro la cultura in pillole la lunga durata del volume
LUCA RICOLFI
Si è aperta la ventesima edizione della Fiera del libro. Credo di esserci andato tutti gli anni, dacché esiste, e sempre sotto una spinta doppia, ambivalente: un po’ per i libri, per i dibattiti, e un po’ così, alla ventura, a curiosare in giro e respirare l’aria di festa. Quest’anno invece i miei pensieri sono concentrati sul libro, solo sul libro, su nient’altro che il libro. Perché mi sto accorgendo che il suo posto sta cambiando nel mondo e quel cambiamento potrebbe produrre grandi conseguenze su di noi.
I libri stanno entrando numerosi nelle nostre case, spesso attraverso il veicolo delle edicole, ma stanno uscendo dalla nostra vita. Non perché diminuiscano i lettori, ma perché la forma in cui ci viene suggerito di conoscere, di informarci, di studiare, di imparare è sempre meno quella del libro. Le famiglie che hanno dei libri in casa sono sempre più numerose, i libri si allineano sugli scaffali, ma è un’illusione ottica: la gente ha sempre meno tempo per i libri e anche nei luoghi in cui andrebbero usati - scuole, università, centri di ricerca, redazioni - i libri stanno inesorabilmente perdendo terreno.
A scuola proliferano appunti, fotocopie, brani, schede, schemi, riquadri, box di lettura. È sempre più raro che un insegnante adotti un testo e lo segua ordinatamente fino in fondo. Le ricerche vengono fatte su Internet, senza che i ragazzi siano istruiti a riconoscere l’attendibilità delle fonti e la qualità delle informazioni (compito peraltro difficilissimo). All’università imperano dispensine, fotocopie, lucidi, capitoli di volumi spesso maldestramente riprodotti in copisteria. I trattati, le opere sistematiche, sono quasi completamente usciti dal circuito dell’istruzione. L’insegnamento dei classici non avviene più nel modo più naturale, ossia semplicemente facendoli leggere, ma mediante riassuntini che riducono tutto a qualche concetto e a qualche formuletta, spesso così elementari che l’attonito studente si chiede perché mai pensieri tanto ordinari abbiano procurato autorità e gloria ai loro autori. Le materie che comportano qualche sforzo mentale vengono ridotte in pillole facilmente assimilabili, e somministrate a piccole dosi, con continue mini-verifiche utili per controllare se hai digerito l’ultima pillola, ma non se, per caso, ti sei dimenticato tutte le altre. I percorsi di studio universitari sono ridotti a pure sommatorie di crediti, provenienti da decine e decine di «moduli» ben poco integrati fra loro. Né si pensi che tutto ciò sia un male solo italiano: riferisce Frank Furedi, che insegna Sociologia in un’università inglese, che non pochi studenti sono «profondamente annoiati dalla loro esperienza universitaria» e possono benissimo «trascorrere un intero anno accademico senza leggere un solo libro dall’inizio alla fine» (Che fine hanno fatto gli intellettuali?, Cortina 2007).
Altri studenti, spesso influenzati dai loro professori, trovano che tutto ciò sia normale. Pensano che la conoscenza non risieda nella mente del singolo individuo, ma stia in rete. Inutile ricordare, inutile sapere, tanto quando hai bisogno di qualcosa lo puoi trovare su Internet. Non si rendono conto di un piccolo particolare: non basta saper trovare quel che si cerca, occorre prima sapere che cosa cercare.
Oggi purtroppo le istituzioni che più dovrebbero aiutarci a compiere questa esperienza si stanno riorganizzando per renderla sempre più rara, per renderci sempre più improbabile e controcorrente il viaggio dentro il mondo dei libri. Eppure dovremmo fare qualcosa per difenderci - e per difendere i nostri giovani - da questa spoliazione. Certo è possibile che, per far girare l’economia, il tipo di istruzione che impartiamo ai ragazzi basti e magari avanzi. Forse quel che stiamo facendo è semplicemente di addestrare gli operai e i consumatori del domani, poco colti ma infinitamente flessibili e sempre riprogrammabili a tempo debito. Forse la futura «società della conoscenza» girerà benissimo con tanti «operatori» sottopagati ma perfettamente a loro agio nei gangli della rete: uno scenario che in un libro profetico - Segmenti e bastoncini (Feltrinelli, 1998) - Lucio Russo aveva evocato già una decina di anni fa, agli albori della riforma Berlinguer. Ma loro, i nostri giovani, hanno capito che il nostro è un inganno? Che il cosiddetto dumbing down, ossia il frazionamento e la banalizzazione della conoscenza, è solo una forma raffinata e «moderna» di controllo sociale ? Che chi non sa perde l’orientamento, e chi non si orienta dipende dagli altri? Non so fino a che punto i giovani siano consapevoli di questa lenta espropriazione che gli adulti stanno perpetrando ai loro danni. Né saprei dire quanti approvano il fatto di essere nutriti a base di «omogeneizzati culturali», anziché con cibi sani e forti. Ma so, per esperienza, che i ragazzi - e ancor più le ragazze - sanno arrivare ben oltre i traguardi che loro indichiamo, e quando vengono messi in condizione di saltare più alto diventano felici. Soprattutto, so che - in questo cercare di saltare più alto - il libro è la cosa più importante. Perché il libro, quando è un buon libro, è l’unico oggetto del creato che è queste due cose insieme: è l’ostacolo, perché tu devi imparare ad abitarlo, ma è anche la fonte che ti dà la forza di vincere, perché quando ci sei entrato non sei già più quello di prima.